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Task 2.3 – Un grado in più sotto i piedi, +5° nell’aria: il Salento senza ulivi scotta

Leader Task: UNISALENTO

SINTESI
Task 2.3 ha analizzato il disastro ecologico post-Xylella, rilevando un aumento termico fino a 5°C nell’aria dovuto alla perdita degli ulivi. Attraverso dati satellitari e modelli ecologici, lo studio documenta la frammentazione del paesaggio e la drastica riduzione della biodiversità e della fotosintesi. L’obiettivo finale è una rigenerazione sostenibile che ricostruisca le connessioni naturali del territorio per mitigarne il microclima.
TASK

Il Task 2.3 guidato da Irene Petrosillo (UniSalento) racconta la trasformazione ecologica e climatica post-Xylella fastidiosa

Un territorio ferito ma non arreso

C’erano una volta gli ulivi del Salento: secolari, argentei, radicati come la memoria. Poi è arrivata Xylella fastidiosa, e con lei uno dei disastri ambientali più gravi d’Europa. Milioni di alberi sono scomparsi, lasciando dietro di sé campi spogli, cieli più caldi e un paesaggio che non riesce più a respirare come prima.

Ma dove la natura arretra, la ricerca avanza. È il senso profondo del Task 2.3 “Paesaggi e servizi ecosistemici”, coordinato dalla professoressa Irene Petrosillo dell’Università del Salento, nell’ambito del progetto “Rigenerazione sostenibile dell’agricoltura nei territori colpiti da Xylella fastidiosa”, promosso dal Distretto Agroalimentare di Qualità Jonico Salentino (DAJS).

Il gruppo di ricerca ha studiato come la scomparsa degli ulivi abbia modificato la vita invisibile del paesaggio: la temperatura, il clima, la biodiversità. Il risultato è un racconto scientifico e umano che spiega cosa succede quando scompare il verde.

Un ecosistema che regolava la vita

Prima dell’arrivo del batterio killer gli uliveti del Salento erano molto più di una coltura: erano un sistema vivente. Grazie alla loro densità e alle foglie sempreverdi, assorbivano anidride carbonica, trattenevano polveri sottili, regolavano l’umidità del suolo e creavano un microclima stabile. Ogni albero era una piccola “centrale ecologica” capace di mantenere l’aria più fresca e respirabile.

Quando questo equilibrio si è rotto, le conseguenze si sono propagate come onde di calore. La perdita di copertura vegetale ha provocato un aumento misurabile delle temperature: nelle campagne, il suolo oggi è più caldo di oltre un grado, e l’aria ha guadagnato fino a cinque gradi rispetto al passato.

Questa variazione ha un impatto enorme. Il microclima locale è cambiato, le giornate estive sono diventate più torride, i suoli più secchi e le notti meno rinfrescanti. Le condizioni di vita di molte specie vegetali e animali si sono aggravate, e la sensazione diffusa è quella di un territorio che, letteralmente, ha perso il respiro verde.

Un paradiso di biodiversità scomparso

La temperatura più alta è solo la punta dell’iceberg di una trasformazione più profonda. Gli uliveti formavano un paesaggio ricchissimo di vita: in un solo ettaro potevano convivere fino a 200 specie di piante, 90 di vertebrati e 160 di invertebrati. Questa complessità biologica dipendeva molto dal tipo di gestione agricola, più elevata nelle aree tradizionali e più povera in quelle intensive.

Uno studio condotto su scala regionale ha rivelato che uliveti e aree forestali funzionavano insieme come un unico organismo ecologico, garantendo l’impollinazione di moltissime specie vegetali. Quando gli alberi si sono ammalati, anche quella rete si è spezzata: meno api, meno impollinazione, meno produzione agricola.

In altre parole, la perdita degli ulivi non ha solo cambiato il paesaggio, ma ha spento una parte del suo metabolismo naturale.

Le mappe che raccontano il cambiamento

Per fotografare questa metamorfosi, i ricercatori della Task 2.3 hanno confrontato due momenti chiave: il 2011, prima della Xylella, e il 2021, dopo dieci anni di crisi.
Le immagini satellitari e le carte tematiche mostrano un dato inequivocabile: il verde si è ritirato.

Molti uliveti sono diventati terreni incolti o abbandonati, e solo in piccola parte si sono trasformati in nuove colture. Il diagramma di Sankey, elaborato dallo studio, mostra con chiarezza la perdita di continuità ecologica del territorio, oggi frammentato in tessere scollegate e meno fertili.

Le mappe della capacità fotosintetica raccontano la stessa storia: nel 2013 l’attività clorofilliana era stabile e vigorosa, ma nel 2015 e nel 2021 si osserva un netto calo. La vegetazione erbacea, che ha sostituito gli ulivi, non riesce a compensare il lavoro che facevano gli alberi. Di conseguenza, la capacità del territorio di assorbire CO₂ si è ridotta e il clima locale si è fatto più estremo.

Un paesaggio che ha bisogno di connessioni

Per rigenerarsi, il Salento deve ricostruire le connessioni ecologiche che tenevano insieme il suo mosaico naturale. Attraverso modelli di modellistica ecologica, i ricercatori hanno simulato percorsi di riconnessione del paesaggio a scala comunale e sovracomunale.

Gli esempi elaborati per i comuni di Leverano, Avetrana, Manduria, Brindisi, Cellino San Marco e Galatone mostrano che è possibile creare corridoi ecologici capaci di ristabilire il dialogo tra le aree verdi. Proprio a Galatone, il nuovo Piano Urbanistico Generale ha già inserito azioni di riforestazione per collegare le “patch” del territorio, segnando un esempio virtuoso di pianificazione rigenerativa.

Rigenerare vuol dire restituire equilibrio

Dai risultati della Task 2.3 emerge un concetto chiave: la rigenerazione del Salento non è solo economica, ma ecologica.
Non basta reimpiantare nuovi alberi: serve ricostruire il funzionamento vitale del territorio. Un paesaggio che funziona ecologicamente è in grado di mitigare le temperature, migliorare la qualità dell’aria e dell’acqua, mantenere la biodiversità e garantire benessere alle comunità locali.

Il lavoro coordinato da Irene Petrosillo mostra come la crisi della Xylella possa diventare una lezione di sostenibilità. Capire come il paesaggio reagisce alla perdita di vegetazione e all’aumento della temperatura significa imparare a prevenire gli effetti del cambiamento climatico e a progettare un futuro più resiliente.

In questa visione, la “rigenerazione sostenibile” non è un ritorno al passato, ma la costruzione di un nuovo equilibrio tra uomo e natura.

Sotto l’egida del DAJS: la scienza al servizio della rinascita

Il progetto “Rigenerazione sostenibile” rappresenta oggi una delle esperienze più avanzate di collaborazione tra università, istituzioni e imprese per la ricostruzione del paesaggio salentino.

Attraverso la ricerca scientifica e la pianificazione ecologica, il DAJS sta guidando un cambiamento culturale e ambientale che può trasformare il Salento in un modello di rigenerazione mediterranea.

 

STRUMENTI
Distretto Agroalimentare di Qualità Jonico Salentino
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