C’è un numero che da solo racconta la portata della sfida: in uno scenario climatico futuro, il fabbisogno di acqua per l’olivo nel Salento aumenterà in media del 7,3%, quello della vite del 6%. Percentuali che potrebbero sembrare modeste se isolate, ma che è importante attenzionare, soprattutto perché il Tacco d’Italia è già segnato da siccità, falde in sofferenza e in alcune aree costiere anche intrusione salina. In altre parole, in assenza di nuove strategie, coltivare ulivi e vigneti nell’arco jonico-salentino potrebbe essere più costoso, complesso e incerto. È questo uno dei dati chiave emersi dal Task 3.3 “Cambiamenti Climatici e Agricoltura Salentina”, coordinato da Francesco Gentile dell’Università di Bari, nell’ambito del progetto di ricerca e sviluppo Rigenerazione Sostenibile promosso dal Distretto Agroalimentare di Qualità Jonico-Salentino (DAJS).
Il cuore della ricerca è stato comprendere come il cambiamento climatico stia modificando le regole del gioco per l’agricoltura salentina. Non solo per quanto riguarda l’acqua, ma anche per la gestione dei cicli colturali, la diffusione di patogeni e fitofagi, la resilienza delle piante e persino le prospettive di riconversione degli oliveti colpiti dalla Xylella. Per la prima volta, tutti questi elementi sono stati messi a sistema, con l’obiettivo di fornire agli agricoltori strumenti concreti per affrontare il futuro.
Un database agricolo senza precedenti
Il lavoro è partito dal basso, dalle aziende agricole delle province di Lecce, Brindisi e Taranto, area di riferimento del DAJS. Attraverso questionari e interviste, i ricercatori hanno raccolto una mole di dati senza precedenti, costruendo un database che fotografa la realtà produttiva del distretto: superfici coltivate, pratiche agronomiche, gestione dell’acqua, uso di fertilizzanti e fitofarmaci. Le aziende hanno risposto con interesse, segno di una crescente consapevolezza che la sfida climatica non può essere ignorata. Questi dati primari sono diventati la base per tutte le successive analisi, dallo studio dei consumi idrici fino alla valutazione delle emissioni di gas serra.
Ostacoli culturali e opportunità mancate
Dall’indagine sono emersi punti di forza, ma anche molte criticità. Se una parte di produttori ha già avviato la conversione al biologico, manca ancora una spinta culturale diffusa verso la sostenibilità. Le pratiche di agricoltura rigenerativa, come il sovescio o l’uso sistematico di concimi organici, sono poco adottate. Non esistono impianti consortili a biogas che potrebbero trasformare i residui agricoli in energia e fertilizzanti naturali. Scarseggiano anche investimenti in fotovoltaico e agrivoltaico, nonostante gli incentivi, frenati soprattutto da incertezze economiche legate al post-pandemia e alla crisi energetica. Persino il riuso delle acque reflue trattate, già sperimentato con successo in alcune aree della Puglia, non è ancora entrato nelle pratiche ordinarie.
Eppure, le opportunità non mancano. La filiera vitivinicola, ad esempio, offre enormi margini di miglioramento in chiave circolare, valorizzando sottoprodotti che oggi finiscono sprecati ma che potrebbero alimentare nutraceutica, cosmesi e chimica verde. Lo stesso vale per l’olivicoltura, che potrebbe ridurre l’impatto ambientale integrando sistemi superintensivi con pratiche tradizionali.
La sfida dell’acqua
Ma il nodo cruciale, come già anticipato, è l’acqua. La ricerca ha stimato l’impronta idrica – la cosiddetta Water Footprint – di olivo e vite, distinguendo tra acqua blu (quella prelevata da falde, fiumi e laghi), acqua verde (pioggia) e acqua grigia (necessaria a diluire i prodotti chimici agricoli). Il quadro che emerge è chiaro: le estati più lunghe e calde ed anche una maggiore richiesta di prodotto legata ai flussi turistici, faranno crescere la domanda di acqua irrigua, soprattutto per l’olivo. L’aumento medio del 7,3% per questa coltura, e del 6% per la vite, non è un dettaglio, e va gestito strategicamente in un sistema idrico delicato come quello salentino.
Il modello elaborato dai ricercatori non si limita a fotografare la situazione, ma offre soluzioni pratiche: pianificare irrigazioni più efficienti, valutare l’integrazione di colture alternative, stimare i fabbisogni irrigui netti tenendo conto delle piogge utili. È un approccio replicabile, semplice da applicare e capace di guidare le aziende verso una gestione dell’acqua più sostenibile.
Cicli colturali e clima che cambia
Accanto all’acqua, un’altra questione riguarda i cicli colturali. Le simulazioni fenologiche mostrano che il clima sta accorciando o modificando le fasi di crescita delle piante. Per l’olivo, coltura simbolo del Salento, questo significa rivedere tempi di potatura, fioritura e raccolta, con implicazioni dirette sulla qualità e sulla resa produttiva. Le analisi condotte in cinque siti rappresentativi del territorio hanno permesso di costruire curve di risposta produttiva all’irrigazione, strumenti che potranno aiutare le aziende a decidere quando e quanto irrigare, ottimizzando le risorse e garantendo la produttività.
Nuove minacce fitosanitarie
Il cambiamento climatico porta con sé anche un aumento del rischio fitosanitario. Il Task 3.3 ha costruito un database per 17 colture, con schede sugli organismi nocivi regolamentati. L’elenco è impressionante: dal virus ToLCNDV delle cucurbitacee (conosciuto come virus delle foglie arricciate del pomodoro), che può azzerare interi raccolti, al fungo Ceratocystis ficicola che colpisce il fico, fino al fitoplasma del mandorlo e alle malattie del legno della vite, oggi considerate tra le più gravi per i viticoltori. L’innovazione, però, offre spiragli: ad esempio, il fungo Trichoderma si sta rivelando una possibile risposta biologica e sostenibile per contrastare alcune patologie.
La via della genetica
Un capitolo interessante della ricerca ha riguardato lo studio delle varianti genetiche presenti nelle antiche landraces locali, ovvero le varietà di piante che si coltivano da generazioni nel territorio salentino. In esse si nascondono alleli che possono aumentare la resistenza a stress idrici e patogeni, preziosi in un territorio sempre più arido. L’ipotesi, non lontana, è di integrare queste conoscenze con le moderne tecniche di editing genetico (strumenti della biotecnologia moderna che fungono da “forbici” molecolari) per selezionare varietà di pomodoro, vite e olivo capaci di sopravvivere in condizioni di aridocoltura. Una prospettiva che apre scenari importanti non solo per il Salento, ma per tutte le aree mediterranee che condividono problemi simili.
Riconversioni possibili
Infine, la ricerca ha fornito indicazioni concrete per la riconversione degli oliveti distrutti dalla Xylella. Il Piano straordinario regionale del 2020 già prevede incentivi per riconvertire le superfici infette verso altre colture. Il Task 3.3 ha arricchito questo quadro normativo con analisi agronomiche e territoriali, suggerendo quali specie introdurre, dove e con quali pratiche, per massimizzare le possibilità di successo e ridurre l’impatto ambientale.
Un laboratorio per il futuro
Il messaggio che arriva dal lavoro di Francesco Gentile e del suo gruppo è chiaro: il Salento può diventare un laboratorio di agricoltura sostenibile e resiliente, ma occorre agire ora. I dati sull’impronta idrica, sulle pratiche agronomiche, sui patogeni e sulle varianti genetiche locali offrono una mappa precisa dei rischi e delle opportunità. Sta agli agricoltori, alle istituzioni e ai cittadini trasformare questa conoscenza in azione.
In fondo, la vera lezione di questa ricerca è che il cambiamento climatico non è un destino già scritto. È un fenomeno con cui dobbiamo fare i conti, ma per cui abbiamo ancora margini di scelta. E queste scelte, nel Salento, passano dall’acqua che irriga gli ulivi e le viti, dalla capacità di innovare e dall’intelligenza con cui sapremo rigenerare la terra ferita dalla Xylella.
A cura dell’Ufficio Comunicazione Dajs – dajscomunicazione@gmail.com