Task 2.1.1 Relazione sulle caratteristiche chimiche, fisiche e biologiche dei suoli
Il team ha condotto una capillare caratterizzazione del distretto jonico-salentino. L’obiettivo principale è stato quello di creare una vera e propria “bussola” per amministratori e agricoltori, aggiornando dati ormai obsoleti risalenti a vent’anni fa.
Oggi, i cambiamenti climatici e il mutato uso del suolo impongono una conoscenza nuova e profonda, poiché non è possibile proteggere o rigenerare un ecosistema senza averne prima mappato accuratamente lo stato attuale.
La metodologia e il rigore del campionamento scientifico
Per passare dalla teoria alla pratica, tra il 2022 e il 2024 è stata messa in atto una massiccia operazione di monitoraggio su 125 siti strategici. La ricerca si è concentrata sulla “zona critica” del Salento, distinguendo tra i suoli già riconvertiti a nuove colture e quelli ancora occupati da oliveti incolti o secchi. Per garantire l’assoluta affidabilità scientifica, ogni sito è stato georeferenziato tramite coordinate GPS, permettendo così un monitoraggio costante nel tempo.
La tecnica di prelievo è stata differenziata in base all’obiettivo: per le analisi chimico-fisiche sono stati prelevati campioni medi a diverse profondità, mentre per lo studio della componente biologica sono stati estratti cilindri di terra “indisturbata” per preservare il delicato habitat dei microrganismi.
Le caratteristiche fisiche e la stabilità del suolo
Le analisi condotte presso i laboratori del CIHEAM Bari hanno restituito una fotografia rassicurante della struttura fisica del territorio. Oltre la metà dei suoli presenta una tessitura media, definita spesso di medio impasto, che rappresenta una condizione ideale per garantire l’equilibrio ottimale tra aria, acqua e sviluppo delle radici.
Anche il pH si attesta su valori neutri o subalcalini nel 90% dei casi, pur evidenziando una differenza interessante tra le tipologie di terreno: nei suoli già riconvertiti si nota infatti un aumento dei carbonati, spesso dovuto allo “scasso” dei terreni necessario per i nuovi impianti. Un dato estremamente positivo riguarda la salinità che, nonostante la vicinanza della costa, risulta assente nella quasi totalità dei siti, scongiurando dunque il rischio di accumuli salini dannosi.
Il carbonio organico come pilastro della fertilità
La vera ricchezza del Salento risiede nel suo carbonio organico, con circa il 79% dei suoli che vanta una dotazione sufficiente o alta. Questo dato dimostra che il territorio è lontano dall’essere sterile o degradato, conservando una solida riserva di fertilità. È emerso tuttavia che gli oliveti, pur se colpiti dalla Xylella, conservano riserve di carbonio superiori rispetto ai terreni già coltivati. In questi ultimi, la tessitura più sabbiosa e le lavorazioni agricole accelerate tendono a favorire l’ossidazione della sostanza organica. La sfida futura per i nuovi impianti sarà dunque quella di preservare questa preziosa eredità fertile durante la fase di transizione colturale.
Equilibrio nutritivo e riserve minerali
Sul fronte dei nutrienti, la situazione appare solida e ben supportata dalle attuali pratiche agronomiche. Il fosforo è presente in quantità elevate o molto elevate in oltre il 70% dei siti, mentre la gestione dell’azoto risulta equilibrata e priva di eccessi dannosi. Anche la riserva minerale di calcio, magnesio e potassio è abbondante, sebbene lo studio metta in guardia contro alcuni squilibri localizzati. In certi suoli da riconvertire, l’eccesso di calcio potrebbe infatti ostacolare l’assorbimento di altri nutrienti, mentre in alcuni siti coltivati sono stati rilevati picchi di sodio legati all’impiego di acque irrigue di scarsa qualità.
La vitalità biologica e le prospettive future
In conclusione, l’analisi della vitalità biologica ha rivelato che il suolo salentino è attualmente in una fase di attesa. Sebbene i microrganismi siano presenti e la vitalità complessiva sia giudicata sufficiente, l’attività enzimatica risulta in molti casi medio-bassa a causa dello stress ambientale e della mancanza di radici vive. La riconversione agricola post-Xylella non dovrà quindi limitarsi a un semplice cambio di coltura, ma dovrà passare attraverso una gestione agronomica capace di risvegliare biologicamente la terra, ristabilendo gli equilibri minerali e potenziando il metabolismo del suolo per accogliere con vigore le sfide del futuro
2.1.2 Relazione sulle proprietà idrauliche dei suoli
Questo nuovo capitolo dell’indagine si sposta dall’analisi chimica a quella idraulica, studiando come il suolo del distretto jonico-salentino interagisce con l’acqua. Comprendere queste dinamiche è fondamentale per decidere non solo quanto irrigare, ma anche per proteggere le falde acquifere dall’inquinamento.
Come il suolo “gestisce” l’acqua
Il comportamento idrologico di un territorio non dipende solo dalla sua composizione chimica, ma da come interagisce fisicamente con l’acqua. Questa dinamica è definita principalmente dalla ritenzione idrica, che indica la capacità del terreno di agire come una spugna, e dalla conducibilità idraulica, ovvero la facilità con cui l’acqua riesce ad attraversarlo. Comprendere queste proprietà è fondamentale non solo per gli agricoltori, che devono decidere quando e quanto irrigare, ma anche per proteggere le falde acquifere da possibili inquinamenti. Per questo studio, i ricercatori hanno analizzato 117 campioni prelevati in modo “indisturbato”, scendendo fino a 50 centimetri di profondità per osservare come l’acqua si muove lungo tutto il profilo esplorato dalle radici.
Ritenzione e drenaggio: i risultati del confronto
L’analisi dei dati ha rivelato che i suoli del distretto jonico-salentino tendono a drenare l’acqua con estrema facilità, una caratteristica legata alla loro natura prevalentemente sabbiosa. Tuttavia, emerge una differenza significativa tra i terreni già riconvertiti e gli oliveti colpiti da Xylella ancora in attesa di nuova vita. Questi ultimi mostrano una struttura fisica più complessa e capace di trattenere l’umidità più a lungo. Sebbene siano anch’essi sabbiosi, il loro maggiore contenuto di limo, argilla e sostanza organica crea un ambiente in cui l’acqua viene “imprigionata” con più forza nei pori del terreno. Al contrario, nei suoli già coltivati, la sabbia è ancora più dominante, rendendo il passaggio dell’acqua estremamente rapido e riducendo il tempo in cui questa rimane disponibile per le piante.
Sfide per la futura irrigazione e tutela ambientale
Questa naturale propensione al drenaggio rapido rappresenta una sfida cruciale per la gestione delle risorse idriche. Con una riserva di acqua disponibile che si attesta mediamente su valori bassi, tra il 10% e il 15%, il “serbatoio” del suolo salentino si svuota molto in fretta. Per gli agricoltori, questo significa che non è possibile affidarsi a irrigazioni abbondanti e distanziate nel tempo, poiché l’acqua in eccesso scivolerebbe rapidamente nel sottosuolo, oltre la portata delle radici.
La strategia vincente risiede in interventi frequenti ma con volumi ridotti, preferibilmente tramite sistemi di precisione. Solo così si può evitare lo spreco d’acqua e, allo stesso tempo, impedire che fertilizzanti e nutrienti vengano trascinati verso le falde profonde, preservando la qualità delle riserve idriche dell’intero distretto.
In sintesi, il suolo del Salento si comporta come un setaccio molto efficiente: drena l’acqua velocemente grazie alla sua natura sabbiosa, ma ne trattiene poca per le piante. Gli ex oliveti conservano una struttura migliore e più riserve idriche rispetto ai campi già riconvertiti, un patrimonio di fertilità fisica che va preservato nella fase di nuova semina.
Rigenerazione sostenibile: il futuro affonda le radici in una terra viva.
A cura dell’Ufficio Comunicazione Dajs – dajscomunicazione@gmail.com