La ferita della Xylella fastidiosa, che ha colpito duramente gli uliveti del Salento, non è soltanto agricola ma anche culturale ed economica. Per questo, sotto l’egida del DAJS, il progetto di ricerca e sviluppo “Rigenerazione sostenibile dell’agricoltura nei territori colpiti da Xylella fastidiosa” ha puntato a guardare oltre l’emergenza. In particolare, il Task 1.2, parte del Work Package 1 – Analisi di contesto, coordinato da CIHEAM, affidato al professor Carmine Summo dell’Università di Bari, ha analizzato le filiere produttive per capire come ripensare il futuro agricolo, valorizzando ciò che resiste e introducendo innovazioni capaci di garantire sostenibilità ed economia circolare. Il cuore del lavoro è stato chiaro: capire dove si trova oggi il sistema agroalimentare jonico-salentino, quali strade ha già intrapreso verso la sostenibilità e dove invece servono interventi mirati per non perdere competitività.
Aziende tra tradizione e cambiamento
L’indagine condotta su 75 aziende agricole ha restituito un’immagine in trasformazione. Vite e olivo restano i pilastri del paesaggio produttivo, ma cresce la consapevolezza ambientale: il 60% delle aziende adotta agricoltura integrata, il 30% ha scelto il biologico, mentre solo una minoranza resta fedele al convenzionale. Nei campi sono ormai diffuse pratiche come l’inerbimento e l’impiego di concimi organici. Eppure, emergono anche fragilità: molti agricoltori non conoscono a fondo le tecniche per il riutilizzo degli scarti di lavorazione e pochi aderiscono agli eco-schemi della nuova PAC, spesso per mancanza di informazioni. Un segnale chiaro: senza un supporto tecnico e informativo più strutturato, la transizione rischia di rallentare.
Mandorle e vino: tra aperture e resistenze
Lo studio ha allargato lo sguardo anche alle filiere tradizionali ed emergenti, incrociando dati agronomici e climatici con i trend di mercato. Nel comparto mandorlicolo si intravedono margini di crescita interessanti, soprattutto grazie al boom delle bevande vegetali, con il latte di mandorla in testa per dinamismo. Diversa l’attitudine del settore vitivinicolo, più cauto verso le innovazioni tecnologiche. Le aziende restano prudenti e si dichiarano pronte ad adottare nuovi processi solo se la domanda di mercato sarà inequivocabile. Intanto, tra i consumatori cresce la curiosità per vini a basso o nullo contenuto alcolico, ma la risposta produttiva è ancora frenata. Un ulteriore punto critico riguarda le materie prime: molte imprese insistono sulla necessità di risorse autoctone certificate, evidenziando l’importanza del legame con i consorzi di tutela e con standard qualitativi elevati.
L’impatto della Xylella: redditività in caduta
Il lavoro coordinato da Summo ha affrontato con metodo scientifico anche la questione più spinosa: le conseguenze della Xylella sulla filiera olivicola. Incrociando dati ISTAT e rilevazioni della Rete di Informazione Contabile Agricola, lo studio ha quantificato le perdite delle aziende colpite confrontandole con quelle non infette. Il risultato è inequivocabile: nelle aree infette la redditività aziendale cala in modo significativo. Al contrario, gli indicatori sociali – come l’uso di manodopera – non registrano forti variazioni, complice la natura poco intensiva della gestione agricola. I fattori di vulnerabilità individuati sono soprattutto due: la dimensione aziendale e la scelta di pratiche biologiche. Il trend negativo prosegue da oltre dieci anni e colpisce in modo più marcato le province di Lecce, Brindisi e Taranto.
Valorizzare ciò che è tipico
Un capitolo positivo arriva dalla valorizzazione delle produzioni locali. Nel Distretto sono stati censiti dieci prodotti a indicazione geografica, tra DOP e IGP, anche se non tutte le denominazioni sono attive. Accanto a questi, lo studio ha messo in luce il potenziale dei Prodotti Alimentari Tradizionali (PAT) e delle produzioni biologiche. Il messaggio è chiaro: in un mercato dove il consumatore cerca qualità, sicurezza e identità territoriale, i marchi di origine sono uno strumento competitivo fondamentale. Occorre però rafforzare l’organizzazione delle filiere, sostenere i percorsi di certificazione e accompagnare le imprese nella promozione.
Nuove colture, nuovi prodotti
Lo sguardo della ricerca si è spinto anche oltre i confini tradizionali, testando melograno, leguminose e grani antichi. Colture resilienti al clima del Salento, ma anche perfettamente in linea con la domanda crescente di alimenti sani e sostenibili. Le sperimentazioni hanno dato frutti concreti: una granola arricchita con sottoprodotti fermentati di melagrana, un sidro con lieviti autoctoni e un hummus fermentato a base di Kamut® e ceci. Prodotti “clean label”, più ricchi dal punto di vista nutrizionale e sensoriale, che dimostrano come innovazione e tradizione possano convivere.
Dalla diversificazione al cotone rigenerativo
Accanto a queste colture, il progetto ha esplorato nuove frontiere: il piretro, con varietà locali più produttive; le leguminose da granella, con buoni risultati per il cece Muro leccese e il pisello Riccio di Sannicola; fino al cotone, testato nell’area del Metapontino con varietà greche come “Adora”, promettente per rese e prospettive di filiera. L’idea di un cotone rigenerativo, coltivato nel Sud Italia, non è più solo suggestione ma un’ipotesi concreta di diversificazione economica.
Un’altra sfida riguarda il destino del legno proveniente dagli ulivi espiantati. Si parla di circa quattro milioni di quintali di legna: una massa enorme che, se non infetta, può diventare risorsa preziosa. Non solo combustibile, ma anche pacciamatura, biochar, syngas o distillati utili a stimolare la biomassa microbica. E ancora: materiali per edilizia e arredamento, persino stampa 3D o isolanti naturali. Senza dimenticare le potenzialità bioattive, grazie a composti antimicrobici naturali presenti nel legno. In quest’ottica, quello che sembrava uno scarto può trasformarsi in motore di economia circolare.
Un futuro di resilienza e identità
Il lavoro della Task 1.2 disegna un orizzonte complesso ma carico di opportunità. Dalle aziende agricole ai trasformatori, dalle colture alternative alla valorizzazione dei sottoprodotti, emerge una direzione chiara: filiere diversificate, sostenibili e innovative. La Xylella ha segnato profondamente il Salento, ma la risposta che arriva dal mondo della ricerca è un invito a ripartire. La rigenerazione non è solo una parola, ma un percorso che unisce tradizione e innovazione, sostenibilità ed economia. Perché nella rinascita agricola del Salento c’è in gioco molto più che il reddito: c’è l’identità stessa di un territorio che, ancora una volta, prova a trasformare la crisi in occasione di futuro.
A cura dell’Ufficio Comunicazione Dajs – dajscomunicazione@gmail.com